Una visione positiva degli ultimi 18 anni di governo italiano Parte Seconda

January 24, 2009
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Negli anni 80 nessuno parlava del debito pubblico.
Il Bagaglino ci fece anche uno sketch in cui alla fine vinceva Craxi perché sparava una cifra oscenamente alta, per poi spaventarsi di aver vinto.

Ora sappiamo che quella satira era più aderente della realtà di quello che pensiamo, difatti è notizia di questi giorni che:

Debito Pubblico da Record.
A ottobre si è attestato a 1670 miliardi. Le entrate tributarie crescono a 344 miliardi

Per fortuna, grazie al bipolarismo ora lo sappiamo…

Un’aspetto importante della democrazia è la capacità che ha il quarto potere (l’Opinione pubblica) di influenzare le decisioni del governo in carica.

Affinché una buona democrazia funzioni, è necessario che le affermazioni politiche siano “falsificabili”: per fare un esempio un politicante che non spieghi come intende risolvere i problemi tende a non poter essere giudicato agevolmente, e quindi chi lo vota non può decidere se ha fatto bene o meno ad affidarsi a lui.

Durante gli anni 80 la Democrazia Cristiana cadde in questa auto-referenzialità.  Giulio Andreotti è il prototipo dello statista per il potere, che lo tiene e lo conserva per sé e per il suo partito, ma che non è intenzionato a mutare l’ordine sociale né a imprimere alla nazione una direzione piuttosto che un’altra.

Alla fine per votare Andreotti bisognava affidarsi solo ai valori cattolici che lui rappresentava: la garanzia che tale bagalgio storico-culturale sarebbe stato rispettato da uno statista devoto.

Questa capacità di Andreotti fu notevole per evitare che l’Italia finisse in mezzo durante il conflitto  medio orientale degli anni ottanta, e difatti finché Giulio fu ministro degli ester l’Italia vantò parecchia autonomia diplomatica, anche nei confronti degli Stati Uniti.

Tuttavia se dobbiamo pensare ad un provvedimento sociale che abbia il suo nome, non me ne viene in mente nessuno. Non c’è nessuna legge Andreotti nell’archivio di Repubblica, mentre per esempio Bossi, Fini e  Maroni hanno già avuto modo di esporsi in tal senso, firmando provvedimenti e disegni di legge (es la legge Bossi-Fini sull’immighrazione) che li rendono chiaramente identificabili; non sto entrando nel merito né sto disquisendo sulla bontà di tali provvedimenti, sto solo dicendo che questi  politici accettano di prendere posizione e di “compromettersi” nel senso di esprimere le loro idee e posizioni in modo chiaro.

Per cui chi continua a parlare di “bipolarismo forzoso” (come Casini), sognando un ritorno della Democrazia Cristiana, in realtà vuole tornare ad un passato ben poco piacevole per il Popolo Italiano, in cui la partitocrazia faceva tutto e niente,  stando bene attenta a non prendere decisioni “compromettenti”.

Non che adesso la partitocrazia non esista, ma la differenza si vede e si sente.

Riprendiamo il nostro politico Casini, che è il classico esempio di un politico che porta avanti i valori di un elettorato cattolico tendenzialmente conservatore.

Una legge Casini sugli spinelli per esempio saprebbe solo imporre la prigione per tutti i quindicenni che fumano uno spinello. Queste proposte vanno bene in un comizio, molto meno bene in un parlamento serio

Muro contro muro, meglio di “tutti amici”

Ci si lamenta del fatto che i due schieramenti non si parlino. Ma meglio un muro contro muro di un consociativismo un pò peloso, tipico del pentapartito degli anni 80.

Si tenga presente inoltre che il modo in cui il grande B gestisce il potere lo rende poco permeabile alla dialettica: con il grande B si può solo obbedire (e andare a cena da lui ad Arcore) o restarne fuori.

Non ci sono mezze misure: un pò come i Borg di Star Trek: o fai come dico io o sei fuori dalla mia coalizione (e colazione).

Termino l’articolo osservando che ogni volta che dal centro destra si è parlato di “apertura” e/o di “larghe intese” tutto si è concluso con un nulla di fatto: e non è un caso, ma una chiara caratteristica politica della destra della Seconda Repubblica.

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